PRESENTAZIONE DEL BLOG

Le persone di Naturamata da anni sperimentano il ritorno alla natura e alla vita di campagna. Grandi le risposte ottenute, ma tante ancora le difficoltà e le incognite. Nel blog faremo confluire le esperienze ulteriori, i sentimenti, il lavoro, le idee e le iniziative tese a risolvere in tutto o in parte le incertezze che si oppongono al progetto compiuto di ritrovare l' equilibrio interiore, uno stile di vita gratificante e responsabile e la capacita' di costruire il proprio benessere in accordo con l'eco - sistema. Ci anima uno spirito di ricerca autentico, che rifiuta soluzioni preconfezionate, ideologiche o mistiche. Per essere utili a se stessi, agli altri e al pianeta occorre essere liberi, coraggiosi e lucidi, per comprendere la complessità delle cose umane e cercare di risalire alla fonte, dove si trovano le ragioni e l'energia per risolvere la vita con soluzioni veramente a misura d'uomo.

22 ott 2014

IL TEMPO CHE PASSA – Le riflessioni di un autunno qualsiasi.

Scegliere la trasparenza e stare in guardia
Nella trasparenza c'è un valore grandioso,
ma spesso si rischia di rimanerne uccisi,
per colpa dei malvagi, che ahimè esistono.
Io sono trasparente ma anche attaccato alla vita
per questo sono pronto a difendermi dai malvagi.

Essere concreti sognatori
Mi piace la parte onirica e mistica che c'è in me,
mi piace abbandonarmi alle fantastiche passeggiate
dentro il desiderio d'ignoto o dentro la visione di un mondo
pervaso di sensualità e dei segni della mia e dell'altrui presenza.
Ma dentro i sogni mi piace mettere le mani,
perciò mi danno per vederli diventare realtà.

Né concreti né sognatori
C’è chi esalta la scelta di chiamarsi fuori, prima fra tutte quella del barbone.
Di lui posso apprezzare l'umanità e la dignità, ne compatisco la debolezza,
quando lo vedo non rifiutare il mondo, ma viverne ai margini,
per prenderne un sussidio minimo, per una vita minima. 
Mi succede di ascoltare il vento sulla pelle, sentire l'odore delle cose 
o catturarne l'anima, ma se fossi barbone, chiamerei la mia vita
con il suo vero nome: miseria e violenza.

La natura non fa paura
Siamo figli di questo mondo così com'è,
l'importante è non far finta di non vedere, perché rischiamo di morire
senza avere nemmeno capito come si fa a vivere.
Occorre esser bravi a convivere con la natura,
tanto benefica quanto distruttrice.
Tutto è natura, non solo quello che scelgo per convenienza o per piacere.
Quello che mi piace non mi basta, se appaga l'egoismo
o un desiderio indefinito di presenza.
So abbandonarmi al sentimento
senza mai affidargli in esclusiva l'incarico di governare.

Il progetto di una vita è quello di un attimo
Il mio dovere è vivere, onorando l'intelligenza e la forza, la creatività e il coraggio.
La presenza biologica è casuale quella dell'anima no,
per questo ogni impulso razionale tende alla costruzione di un progetto,
sia per un giorno o per la vita intera.
Era un progetto l'idea del colore per dipingere,
come quella di navigare per esplorare e così anche l'idea di scrivere i fenomeni
per ricordare; qualcuno diventò artista, altri mercanti o falsari.
Gli esploratori portarono la civiltà distruggendo altra civiltà,
gli scienziati sconfissero la peste e inventarono l'atomica.
Nessuno sapeva cosa fosse giusto, tutti sapevano cosa si doveva fare.
                                          Luciano Favara

02 lug 2013

Campagna e città – La convivenza è possibile ? Terzo capitolo

3) La scelta importante

In definitiva, guardando ad un progresso fuori controllo che non esclude epiloghi disastrosi, vivendo cittadini e campagnoli da separati in casa e sfogliando l’album dei ricordi di un passato che non torna più, ci domandiamo quale sia la scelta giusta. Le scelte si devono fare, perché si passi all’azione, anche se temiamo l’avvento del caos o di un nuovo medio evo, infatti il valore delle azioni è già nelle azioni stesse, che sono espressione del movimento che è vita. Nel piacere di fare le cose risiede poi il carburante speciale per muovere il motore del desiderio e del dominio di sé e delle forze contrarie disseminate lungo il cammino. Ogni soluzione passa per la lotta per la vita, che in tempi moderni si identifica con la lotta incruenta ma non meno logorante per competere con altri individui nella ricerca dello spazio vitale. E lo spazio te lo devi cercare fin da bambino fra i banchi di scuola, da adolescente fra gli aspiranti giovani di rango o fra gli adulti super eroi pronti a spegnere ogni tua sincera fantasia.
Qualcuno obietta che occorre mettere al bando la lotta e persino la competizione, allora vorrebbe dire che la sopravvivenza è garantita. Va bene, la sopravvivenza è garantita e poi? Null’altro. E’ garantito il minimo indispensabile, il salario, l’assistenza sanitaria, la pensione. Cioè l’inerzia, il moto proprio, come una pietra lanciata nel vuoto, che recita senza emozione la sua geometrica parabola prima di fermarsi del tutto. Allora qualcun altro obietta che la competizione e la lotta sono salutari, perché mettono in moto il pensiero e le invenzioni, che anziché subire una morte certa,  ne sfidano l’esistenza.
Quest’ultima opzione mi piace di più, ma per praticarla occorre fare sul serio, occorre cioè fare l’equilibrista senza la rete sotto, non per fare lo spettacolo del circo, ma per andare dall’altro lato, dove può essere meglio o peggio, dove puoi trovare tutto o nulla o dove puoi non arrivare mai per essere caduto nel vuoto.

Ricapitoliamo. La contrapposizione città – campagna non esiste, essendo entrambi solo stazioni di un percorso egualmente necessario. Ma le contrapposizioni esistono ed anche i conflitti che vanno affrontati, risolti e metabolizzarti come il cibo. Non ostante “il progresso” esiste anche la lotta per la sopravvivenza sia in campagna come in città, sull’aereo o sulla riva di un fiume, fra amici o fra estranei, dentro o fuori lo spazio che abbiamo scelto per vivere. Perciò lo spazio che scegliamo non è mai area protetta e neanche luogo di fuga, visto che abbiamo deciso di non fuggire.

Se ne deduce che la scelta della campagna è come la scelta della città, in entrambe riverseremo il nostro amore per la natura, le regole del vivere sano e la nostra capacità di relazione, se siamo sani. Se invece siamo malati, ciò che ci circonda si ammalerà e si chiuderà in se stesso, diventando bello solo per noi, incomprensibile e inafferrabile per gli altri. Cioè la condizione di una scelta, qualunque essa sia, non comporta l’esclusione del mondo “altro”, perché nell’altro c’è un’altra parte di noi che ragiona e che ama. Dovremo essere bravi a vivere la nostra campagna in quanto parte del nostro territorio globale e insieme provinciale, porzione di una superficie terrestre fatta di boschi e di case, di deserto, di mare e di metropoli. Perché non possa mai succedere che all’improvviso qualcuno bussi alla porta per dirci che il nostro era un sogno e che ce ne dobbiamo andare.

Noi campagnoli andremo d’accordo con i cittadini, ci faremo dare gli utensili, i film da guardare, la carta bollata, il gasolio, le batterie per il cellulare, sempre che non decideremo di usare i segnali di fumo. In ogni caso continueremo a scrivere e studiare, andremo all’università o a vedere i concerti, ci godremo le lunghe passeggiate sul lungomare. Ma noi e loro saremo sempre in accordo o in contrasto in virtù dei conflitti di sempre, non certo per colpa della campagna o della città. La nostra dovrà essere una bella campagna, la loro una bella città. Noi e loro faremo cose diverse, ma in una parte del nostro quotidiano ci rispecchieremo a vicenda, ci scambieremo le emozioni e parleremo dei reciproci progetti, saremo aperti alla comprensione e alla ricerca di un confine nuovo, che racchiuda realtà nuove o valorizzi quelle di sempre, purché dense di bella e autentica umanità.

13 giu 2013

Campagna e città – La convivenza è possibile ? - secondo capitolo


2) Le strade all’incrocio

Si potrebbe ricondurre il dualismo campagna – città ad una semplice differente scelta di vita legata ai gusti di ognuno, ma una simile visione è troppo riduttiva, non potendo non considerare il ruolo della campagna e della natura in generale, che sono la nostra fabbrica della nutrizione. Peccato che lo sviluppo incontrollato, la sovrappopolazione e la corsa tecnologica, la stanno trasformando in una vera e propria fabbrica, che si allontana sempre di più dalla dimensione rurale, dalla qualità e dai sapori. Questo processo riguarda tutte le attività umane che, in base ad una casualità di eventi più o meno necessari, viaggiano verso orizzonti sempre più nebulosi.
Come sempre avviene, per il gioco dei pesi e dei contrappesi, senza stare a capire chi ha torto e chi ha ragione, vediamo oggi coincidere gli opposti di un progresso che da un lato spinge per un futuro di umanoidi con il rivestimento in pelle e dall’altro per il recupero delle  tradizioni e delle dimensioni umane. Apparentemente sono due scelte inconciliabili, ma non è detto.
Le possibilità sono almeno quattro.
La prima conduce dritto ad un conflitto mondiale generato dalle disparità crescenti fra ricchi e poveri, dall’implosione dei sistemi capitalistici e dalla inondazione demografica del pianeta di popoli avidi di “progresso”. Negli ultimi quarant’anni, mentre da un lato la globalizzazione veniva praticata solo dalle multinazionali, dall’altro c’erano almeno due miliardi di persone che progettavano un loro riscatto economico e sociale. Naturalmente i modelli del riscatto sono quelli capitalistici, così mentre noi cominciamo a dubitare della bontà di questo tipo di sviluppo e pensiamo a come tornare indietro, gli altri alimentano iniziative economiche, industriali e militari che inquinano in modo crescente il pianeta mentre allevano un mostro demografico. Verrà il tempo che il mostro vorrà come noi tornare indietro, ma potrebbe non esserne capace. Ritengo più probabile il reflusso di una marea umana, con indosso una divisa o senza, verso terre fertili o stati ricchi da occupare.
La seconda opzione vuole accreditare la comunità internazionale della capacità di addivenire prima o poi ad un riassetto degli equilibri del pianeta che guardi non solo alle questioni politiche, ma anche a quelle sociali. Che può avere effetti benefici se converge con una globalizzazione autentica che rispetta i territori oppure devastanti al pari di una guerra, se continua a favorire lo sfruttamento delle risorse e il mero arricchimento economico. In questa opzione dovrebbe rientrare la ricerca di un modello funzionale alle diversità e alle esigenze delle varie zone del pianeta. E’ un progetto complesso e lungo ed implica un governo sovrannazionale: se non è utopia è certo molto difficile da realizzare.
La terza opzione potrebbe vedere lo sviluppo di due mondi paralleli, l’uno conservatore dei valori e delle dimensioni originarie, l’altro lanciato verso un progresso ormai inarrestabile che troverà in una dimensione chimica e tecnologica forme, contenuti e ragioni della sua esistenza.
L’idea dei due mondi paralleli ci riconduce al tema di questo scritto, che è quello della convivenza fra due realtà che pur abitando nella stessa casa ne utilizzano separatamente gli ambienti, gli impianti e lo spazio circostante. Sono due realtà che si attraggono o si respingono per passione, ma lavorano su progetti di vita differenti, destinati ad integrarsi o combattersi. Il mondo contadino ha sempre pagato alla società un tributo grande sia in termini economici che sociali, per non parlare del tributo di sangue, immolandosi alla causa della guerra fin dai tempi più antichi. Erano fatti per lo più di contadini o piccoli proprietari terrieri gli eserciti romani e di molti altri popoli. Nella figura dell’uomo che lavora la terra si incarna l’esigenza di massimo equilibrio fra il corpo e la mente, la resistenza alle fatiche più ingrate e l’abitudine a legare la propria esistenza al ciclo inesorabile della natura nella buona e nella cattiva sorte, questo faceva del contadino un buon soldato.
La quarta opzione è quella già praticata in periodi diversi della storia umana, che faceva di questa separazione semplicemente una divisione dei ruoli, per cui c’era una campagna che nutriva la città senza sentirsene serva o schiava. Questo avveniva perché sia la campagna che la città erano abitate da uomini che avevano tempi e modi umani, che studiavano i fenomeni della filosofia e dell’arte insieme a quelli della natura, uomini che costruivano le famiglie e il lavoro prima di costruire le città. Occorre ammettere che qualcosa non funziona, se pochi decenni ci hanno spinto in avanti nei millenni, pur se privi del controllo del presente.
Oggi andiamo a tentoni, sicuri di vivere una transizione che ha avuto troppa fretta a distruggere le coordinate del nostro tempo. Il progetto per il futuro sembra polverizzato in mille progetti, che devono garantire il benessere senza aver spiegato cosa è il benessere. Sono migliaia o milioni i progetti, ma nessuno sembra fatto per uomini che ancora respirano con i polmoni e si rompono le gambe giocando a pallone. Anch’io faccio progetti e non nego il progresso, ma voglio ripartire da una data certa, per colmare un vuoto che non ha nulla da insegnare. Poi mi occuperò del futuro senza bisogno di strafare e se proprio verrò assalito dalla frenesia di correre, prima dovrò esser certo di poter camminare.